BANDIERA ROSSA ED IL SENTIMENTO RIVOLUZIONARIO

A ridosso dell’anniversario della strage delle Fosse Ardeatine (24 marzo 1944), scriviamo qualche riga in merito al Movimento Comunsta d’Italia, meglio conosciuto con il nome del suo organo di stampa, Bandiera Rossa, che più di altri ebbe perdite (oltre 50) in tale occasione.
Non si vuole operare una, seppur breve, ricostruzione storica della detta organizzazione; per chi ne volesse sapere di più rimandiamo all’ottimo libro di Arturo Peregalli L’Altra Resistenza. Il PCI E Le Opposizioni Di Sinistra (1943-1945), oppure a quello, più specifico, di Silverio Corvisieri Bandiera Rossa Nella Resistenza Romana.

Il nostro intento, invece, è proporre uno spunto di analisi, contestualizzando e, se possibile, attualizzando.
Bandiera Rossa era per la Rivoluzione. Da questo dobbiamo partire per ricostruirne le vicende. E, coerentemente, non entrò nel Comitato di Liberazione Nazionale, oltre a criticare aspramente il Pci per aver presto disatteso le proprie parolaie velleità ”rivoluzionarie” e per la sua conseguente alleanza con il partiti borghesi. Una simile posizione, insieme alla critica di deriva burocratica, non poteva che suscitare sospetti e poi ostilità da parte del partitone di Togliatti e Secchia. Del resto, in puro stile stalinista, per i satrapi di botteghe oscure, chiunque si fosse mosso alla propria sinistra, mettendo il dito nella piaga del loro passaggio dalla parte dello stato e della conservazione capitalistica, meritava persecuzione, calunnia e morte.

Ricordiamo, velocemente ed in maniera del tutto sommaria, che gli sbrirri del Pci spararono a più riprese ai compagni rivoluzionari, fra l’altro uccidendo Fausto Atti e Mario Acquaviva del Partito Comunista Internazionalista e Temistocle Vaccarella di Stella Rossa.
Ed anche le calunnie uccidono, specie in un periodo di lotta clandestina. Seminare il sospetto ed isolare i compagni scomodi, con le infamanti accuse di essere spie e servi della gestapo e dei fascisti, equivaleva scientemente ad esporli alla repressione proprio di questi ultimi. Cosi’ è successo nel Nord Italia, come, tra i tanti, al garibaldino dissidente Mauro Venegoni, allo stesso modo a Roma, a Bandiera Rossa, che in tale città, fra il ’43 ed il ’45, ha avuto il numero più alto di vittime (più di 180) fra i raggruppamenti che si opponevano al fascismo, oltre ad innumerevoli arresti e deportati.


Del resto, i componenti di Bandiera Rossa erano poco presentabili e rassicuranti, legati com’erano agli ambienti popolari, anche extralegali, di molti quartieri (da Piazza Vittorio, alla zona nord, a quella sud-est, dal Quadraro a Torpignattara a Centocelle), che, nonostante le suddette accuse picciste infondate ed infamanti, offrivano loro un rifugio, anche se per forza di cose limitato; abituati a razziare le case dei ricchi borghesi romani per finanziarsi (segno di ”infantilismo” per il piccista Franco Calamandrei e per i suoi simili); e, come già detto, “settariamente” ancorati all’idea tutta bolscevica di trasformare la guerra in Rivoluzione. Ed ancora meno presentabili e rassicuranti dovevano apparire in un periodo in cui, al contrario, il Pci e tutto il CLN facevano a gara per tranquillizzare i comandi alleati della loro fede nelle istituzioni democratiche e nell’ordine capitalista. Infatti, tali compagni non ebbero vita facile nemmeno dopo l’avvicendamento degli angloamericani, succeduti ai nazi-fascisti, nè da parte degli alleati stessi, nè da quella della ripristinata polizia democratica e nè da quella del sempre zelante Pci.

Purtroppo i limiti teorici dell’organizzazione, che sicuramente si allontanava dall’esperienza stalinista ma che non ne coglieva l’intima essenza di paravento ideologico di un regime a capitalismo di stato, non le permisero di avere una posizione netta su di essa, come invece la ebbero altri gruppi, in primis il Partito Comunsta Internazionalista, più conseguenziali ai propri presupposti teorici marxisti e più fedelmente ancorati alle radici del Partito Comunista d’Italia del 1921. Sull’U.R.S.S., scrive infatti Corvisieri nel suo libro: “si coglie un’altalena di posizioni, un’oscillazione continua dalle posizioni dei filostalinisti a quelle dei filotrotskisti passando per la teoria “giustificazionista” che cercava di salvare capra e cavoli spiegando come il modello realizzato dell’U.R.S.S. fosse stato un portato della necessità storica ma anche una esperienza particolare e non tale da costituire, perciò, un modello da imitare in tutti i paesi”.

Questa sequela ondivaga di visioni su un argomento all’epoca cosi’ cruciale, impedi’ a Bandiera Rossa di creare un’unica organizzazione con la Frazione di Sinistra dei Comunisti e dei Socialisti Italiani (la quale nel luglio del 1945 si scioglierà, e di cui una buona parte di militanti confluirà nel Partito Comunista Internazionalista), gruppo il cui zoccolo duro era composto soprattutto da milinanti della prima ora del P.C.d’I. nato a Livorno, che si opposero alla svolta staliniana. Tali formazioni ebbero diversi contatti ed incontri, il più importante dei quali fu il Convegno di Napoli della Frazione, del gennaio ’45, al quale parteciparono delle delegazioni della stessa Bandiera Rossa e di altri soggetti rivoluzionari, ma da cui non si arrivò ad una convergenza organizzativa.

Con la fine della guerra, questa vaghezza teorica non consenti’ al M.C.d’I. di avere la saldezza per resistere all’offensiva politica ed organizzativa del Pci, e fini’ per sciogliersi. Una parte dei componenti, comunque, mantenne la propria carica di opposizione radicale al sistema ed ai suoi servi (a cominciare da quelli di ”sinistra”), confluendo chi nell’area della Sinistra Comunista (P.C.Int. primariamente), e chi piu’ tardi in quella dell’Autonomia Operaia.
Dove non arrivò il rigore teorico, dunque, giunse il sentimento Rivoluzionario; esso, anche più del primo, ha indicato ed indica, in ogni contesto luogo e tempo ad ogni militante, da che parte stare!



Categorie:Storia

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